giovedì 27 gennaio 2022

Giorno della memoria

 Nel giorno della memoria 2022 sarebbe l’ora di constatare che purtroppo abbiamo dimenticato tutto da un pezzo. La discriminazione, la ghettizzazione, la stigmatizzazione sono il presente. E non ce ne rendiamo conto, oggi come allora.

“Non iniziò con le camere a gas. Non iniziò con i forni crematori. Non iniziò con i campi di concentramento e di sterminio. Non iniziò con i 6 milioni di ebrei che persero la vita. E non iniziò nemmeno con gli altri 10 milioni di persone morte, tra polacchi, ucraini, bielorussi, russi, yugoslavi, rom, disabili, dissidenti politici, prigionieri di guerra, testimoni di Geova e omosessuali. Iniziò con i politici che dividevano le persone tra “noi” e “loro”. Iniziò con i discorsi di odio e di intolleranza, nelle piazze e attraverso i mezzi di comunicazione. Iniziò con promesse e propaganda, volte solo all’aumento del consenso. Iniziò con le leggi che distinguevano le persone in base alla “razza” e al colore della pelle. Iniziò con i bambini espulsi da scuola, perché figli di persone di un’altra religione. Iniziò con le persone private dei loro beni, dei loro affetti, delle loro case, della loro dignità. Iniziò con la schedatura degli intellettuali. Iniziò con la ghettizzazione e con la deportazione. Iniziò quando la gente smise di preoccuparsene, quando la gente divenne insensibile, obbediente e cieca, con la convinzione che tutto questo fosse normale.”
Tra i film in programma stasera : su IRIS Schlinder list; su TV2000 Hannah Arendt 27,gennaio,2022

domenica 23 gennaio 2022

Adolfo Celi

 

Biografia

Nato a Messina, era figlio di Giuseppe Celi (prefetto di Grosseto e di Padova e Senatore del Regno) e di Giulia Mondello. Adolfo Celi crebbe tra la Sicilia e il Nord Italia; tra le sue residenze ci fu anche Padova. Grazie a una cinepresa amatoriale regalatagli dal padre, iniziò a impratichirsi con la ripresa. Nel 1942 s'iscrisse all'Accademia nazionale d'arte drammatica di Roma, dove si diplomò nel 1945 mettendo in scena I giorni della vita di William Saroyan. Negli anni dell'Accademia conobbe, tra i tanti, Vittorio Gassman, Mario Landi e Vittorio Caprioli, che gli trasmisero la passione per il teatro e per il cinema. Fu un grande amico di Renato Baldini.

Nel 1946 venne scritturato per il film Un americano in vacanza di Luigi Zampa, cui seguirono Natale al campo 119 (1947) di Pietro Francisci e Proibito rubare (1948) di Luigi Comencini. Nello stesso anno Aldo Fabrizi gli avanzò una proposta che gli cambiò la vita: la partecipazione al film Emigrantes (1949), girato in Argentina.

Il Brasile

Successivamente spostatosi in Brasile, si appassionò a questa terra, tanto che decise di rimanerci per quindici anni, prima al teatro TBC di San Paolo, poi fondando, con la moglie Tonia Carrero e Paulo Autran, il Teatro Brasileiro de Comédia di San Paolo e la compagnia di prosa "Carrero-Celi-Autran"; agli inizi degli anni cinquanta la produzione cinematografica Vera Cruz affidò inoltre a Celi la regia dei film Caiçara (1950) e Tico-Tico no Fubá (1952).

Celi è considerato tuttora uno dei più importanti registi del Brasile: a lui si deve infatti la definizione di nuovi canoni di sperimentazione teatrale, cinematografica e televisiva, allora agli esordi[1]. In Brasile iniziò anche una carriera di caratterista cinematografico, recitando nei film L'uomo di Rio (1964) e Agente 007 - Thunderball (Operazione tuono) (1965), che gli diedero una notorietà internazionale e ne favorirono il ritorno in Italia.

Il ritorno in Italia

Rientrato nei primi anni sessanta, trovò un cinema molto diverso da quello che aveva lasciato e in pieno sviluppo. Si specializzerà nelle parti del "cattivo", sia nei film western o d'azione sia, con una certa autoironia, nelle commedie, dove interpretò frequentemente personaggi malvagi o potenti. A 45 anni era tra i pochi attori italiani che sapessero recitare anche in inglese e grazie alla bravura e alla preparazione professionale venne ingaggiato come protagonista o comprimario in numerosi film internazionali, ottenendo anche il ruolo del villain nella saga dei film James Bond Agente 007 operazione tuono, per poi ottenere ruoli importanti in altri film tra cui: Il tormento e l'estasi (1965) di Carol Reed, Il colonnello Von Ryan (1965) di Mark Robson, Grand Prix (1967) di John Frankenheimer, Masquerade (1967) di Joseph L. Mankiewicz, Il fantasma della libertà (1974) di Luis Buñuel.

Nel 1969 uscì l'unico film italiano da lui diretto, realizzato con i suoi compagni d'accademia Vittorio Gassman e Luciano Lucignani, l'autobiografico L'alibi. In Italia raggiunse l'apice del successo quando entrò a far parte del cast della fortunata trilogia composta da Amici miei (1975), Amici miei - Atto IIº (1982) e Amici miei - Atto IIIº (1985), nei panni del professor Sassaroli, un primario ospedaliero brillante ma annoiato dal lavoro, che si unisce alle allegre "zingarate" di un gruppo di amici fiorentini.

Televisione

Celi nel ruolo di Lord James Brooke nel telefilm Sandokan

Diretto da Daniele D'Anza, nel 1972 interpretò il medico nazista nello sceneggiato Rai Il sospetto; inoltre vestì i panni del poliziotto italo-americano Joe Petrosino nello sceneggiato omonimo mentre, tre anni dopo, interpretò Don Mariano D'Agrò nello sceneggiato L'amaro caso della baronessa di Carini (1975).

Nella memoria del pubblico italiano il suo volto resta legato al ruolo di lord James Brooke, acerrimo nemico della "Tigre di Mompracem", interpretata da Kabir Bedi, nella miniserie televisiva Sandokan (1976), diretta da Sergio Sollima. Sulla scia del successo del personaggio di Brooke, gli venne affidata l'eredità di Giampiero Albertini nello spot della Ignis, noto marchio di elettrodomestici. Nel 1981 prese parte al kolossal storico televisivo inglese I Borgia, in cui interpretò (dopo avere impersonato vari prelati e cardinali) la parte di Rodrigo Borgia, salito al soglio pontificio come Papa Alessandro VI.

Gli ultimi anni e la morte

Tornato al teatro negli anni ottanta, venne ricoverato per infarto la sera della rappresentazione teatrale dei Misteri di Pietroburgo di Dostoevskij al Teatro di Siena. Vittorio Gassman prese il suo posto sul palcoscenico. Il 19 febbraio 1986 Celi morì per un arresto cardiocircolatorio. La morte lo colse precisamente 40 anni dopo quella di suo padre, avvenuta il 19 febbraio 1946. È sepolto nel cimitero monumentale di Messina.
https://it.wikipedia.org/wiki/Adolfo_Celi

giovedì 13 gennaio 2022

Rassegna al Capitol

 

Rassegna di Qualità Gennaio-Marzo 2022

Arriva la prima "Rassegna di Qualità" dell'anno, con 10 nuovi imperdibili film d'essai

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Inizierà il 20 gennaio 2022 la nuova Rassegna di Qualità, che vi accompagnerà fino al 25 marzo con una selezione di 10 imperdibili film d'essai, scelti per voi dal nostro gruppo "Cultura e Cinema".

Come sempre al giovedì alle ore 21.15 e in replica al venerdì alle ore 15.00.

Il costo del biglietto d'ingresso è di 6,00€, con ridotto a 4,00€ per i minori di 25 e maggiori di 65 anni.

A partire da quest'anno, inoltre, c'è un'importante novità sugli abbonamenti: potete acquistare un abbonamento che vi permette di vedere 10 film di qualsiasi rassegna (e non più di una singola rassegna!). Il costo è sempre di soli 45,00€ (35,00€ per i ridotti under 25 e over 65 anni) e la durata è di un anno dall'acquisto. Un'occasione imperdibile!!!

Dai prossimi giorni sarà possibile ritirare gratuitamente una copia del nuovo numero di Capitol Multisala Magazine, con tutte le recensioni e le schede dei film, assieme a tanti altri aggiornamenti sul Cinema Capitol, sia nell'espositore davanti al cinema, sia nell'ingresso.

Vi aspettiamo da giovedì 20 gennaio!!!

venerdì 7 gennaio 2022

Al MAGI di Pieve di Cento

 ALBERTO ZAMBONI

PER TUTTE LE ALTRE DESTINAZIONI

Dal 14 gennaio al 13 febbraio 2022

A cura di Valeria Tassinari

Con la prima mostra del 2022, il Museo MAGI’900 invita il pubblico a un’immersione nelle atmosfere elusive e sfuggenti dei dipinti di Alberto Zamboni, artista bolognese che nello spazio Open Box propone un’ampia personale concepita come un viaggio nella nebbia, verso una linea di orizzonte sfuggente e onirica, ma sempre guidata dalla luce.
Come sottolinea la curatrice Valeria Tassinari Per tutte le altre destinazioni “è una mostra pervasa da un profondo romanticismo, concepita come un’esperienza visiva che trasporta in una dimensione contemplativa e silenziosa, aprendo intorno allo spettatore spazi di paesaggio in cui cielo e terra si fondono e avvolgono piccole figure che li attraversano in controluce. L’esperienza della natura, che i colori riverberano in tonalità declinate nel verde e nell’azzurro, non è qui proposta come uno sguardo verso l’esterno, ma come continua ricerca di un rispecchiamento interiore, in cui il limite non è dato dalla visibilità quanto piuttosto dall’impossibilità di vedere quell’oltre che, tuttavia, sempre si intuisce e si cerca.”
Si tratta di una pittura “classica”, sensibile e visionaria, che indaga l’imprendibile linea di confine tra memoria e realtà in un dialogo di dissolvenze soffuse tra luce e ombra, visibile e invisibile. Un progetto di scandaglio del quotidiano, sotto cieli offuscati dove è possibile riconoscersi nella lenta passeggiata di solitari viandanti di pianura, ma anche nella sorprendente apparizione dell’elefante di Annibale o dello Zeppelin che solca il cielo, materializzazioni di storie mitizzate e oniriche che ancora echeggiano nelle voci sommesse di antichi narratori.
Come ci racconta l’artista stesso, infatti, “i quadri sono una serie di visioni che nascono da paesaggi dell’anima, dove figure in dissolvenza compaiono in un atmosfera senza tempo, corrose dalla luce che ne sfuma i contorni, sono solo comparse colte in un attimo, in un breve dialogo apparente o forse in un momento di intima contemplazione, con lo sguardo rivolto altrove.
Sono testimonianze di un viaggio, piccolo o grande che sia, sono esposte ad un confine, tra un territorio reale ed uno immaginario, la luce è una frontiera, un varco verso l’inesplorato, dove i nostri protagonisti sembrano destinati.”
A causa delle restrizioni legate alla pandemia la mostra sarà aperta a ingresso gratuito dal 14 gennaio senza un evento inaugurale. L’artista sarà presente in mostra il sabato pomeriggio su appuntamento, per incontrare il pubblico e dialogare con i visitatori che desiderano avvicinarsi alla sua poetica.
L’esposizione introduce un nuovo progetto della curatrice Valeria Tassinari, che durante la pandemia ha iniziato una serie di visite negli studi per mappare i luoghi della creatività e della ricerca più appartati, in un ampio territorio che attraversa, circonda e abbraccia la Pianura Padana. A queste ricerche e agli artisti che stanno lavorando su una sottile linea di sintonia poetica, si darà visibilità attraverso una serie di iniziative, espositive ma non solo, con l’intento di tracciare un profilo non convenzionale della cultura visiva contemporanea e di valorizzarne le individualità e le singolarità.

Alberto Zamboni (Bologna,1971) si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Collabora con diverse gallerie d’arte in Italia e all’estero, partecipa a diverse esposizioni pubbliche e residenze artistiche. Ha frequentato diversi studi di artisti, a cominciare da quello del padre Nicola, dove si poteva respirare un’atmosfera creativa fatta di contaminazioni, libertà e soprattutto cogliere la sensazione di potere vivere in maniera alternativa sfruttando i propri talenti, attraverso la propria arte. Oltre a dedicarsi alla pittura, ha suonato la fisarmonica nei Tony Destino e in seguito nei Senza Destino. Continua a dipingere e suonare.


martedì 4 gennaio 2022

Si scrive Iran, si legge Italia

 

Rahim Soltani ha contratto un debito che non può onorare. Per questa ragione sconta da tre anni la pena in carcere. Separato dalla moglie, che gli ha lasciato la custodia del figlio, sogna un futuro con Farkhondeh, la nuova compagna che trova accidentalmente una borsa piena d'oro. Oro provvidenziale con cui 'rimborsare' il suo creditore. Rahim pensa di venderlo ma poi decide di restituirlo con un annuncio. La legittima proprietaria si presenta, l'oro è reso e il detenuto promosso al rango di eroe virtuoso dall'amministrazione penitenziaria che decide di cavalcare la notizia, mettendo a tacere i recenti casi di suicidio in cella. Rahim diventa improvvisamente oggetto dell'attenzione dei media e del pubblico. Ma l'occasione di riabilitare il suo nome, estinguere il debito e avere una riduzione della pena, diventa al contrario il debutto di una reazione a catena dove ogni tentativo di Rahim di provare la sua buona fede gli si ritorcerà contro.

Dopo due esperienze internazionali poco convincenti (Il passato e Tutti lo sanno), Asghar Farhadi torna nel suo paese e dimostra con A Hero di sapere infilare come nessuno le derive della società iraniana, logorata dalla burocrazia, la diffidenza, la manipolazione.

Attraverso il destino di Rahim e della sua impossibile redenzione, Farhadi avvia un'implacabile meccanica che concentra tutti i difetti di un regime che ha eretto il perdono e la redenzione a virtù pubbliche e mediatiche. Come in tutti i suoi film, il protagonista è alle prese con un dilemma etico e come ogni volta il regista pratica un pessimismo morale che condanna i suoi personaggi ancora prima che i titoli comincino. Rahim Soltani non fa eccezione e si dibatte inutilmente. La sua parabola finisce dove tutto è cominciato, nella prigione da cui esce 'in licenza' disegnando la geometria sociale di un Iran ossessionato dall'integrità di facciata e esasperato da incessanti negoziazioni, amplificate dall'intervento a gamba tesa dei social network.

Eroe per un giorno e povero diavolo per sempre, il protagonista vaga per le strade della sua città in cerca di riscatto, stringendo al petto un 'certificato di merito' assegnato dalla stessa comunità che adesso è pronta a sbranarlo perché nell'ansia di fare bene, Rahim ha fatto tutto male. Tutte le menzogne e le mezze-verità finiranno per screditarlo, soprattutto agli occhi sempre umidi del suo bambino, eco del Bruno Ricci desichiano (Ladri di biciclette).

Mai così inflessibile, Farhadi non risparmia nessuno, debitori e creditori, prigionieri e carcerieri, diavoli e santi, sorprendendo lo spettatore con colpi di scena che non forzano mai la logica narrativa. E quella logica è decisamente perturbante. Proviamo un'empatia profonda per il personaggio principale, sempre sorridente e confidente nel tentativo di uscire da una situazione assurda. Ma più prova ad evadere da quella prigione a cielo aperto e più si chiude dentro, inquadrato dietro ai vetri, urtato dalla cattiva fede dei suoi interlocutori, impegnati ad abusarne o a prenderne le distanze in nome di un paese perfetto, di cui il sistema mediatico si fa eco mostruoso.

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Al cinema San Benedetto di Ferrara per la Befana                                    

domenica 2 gennaio 2022