
I frustrati di Claire Bretécher
Nonostante gli esordi nella stampa cattolica e sulla rivista belga Tintin, la Bretécher era una donna di sinistra, una femminista, per altro non piagnona (negò sempre di avere subito discriminazioni nella sua carriera di bédéiste, come i francesi chiamano i disegnatori di fumetti). Eppure in album come Les frustrés, Agrippine, Cellulite, seppe divenire la cronista al vetriolo della Francia post-sessantottarda. In questo era decisamente superiore ai vignettisti italiani, tanto acidi nei confronti degli avversari quanto restii a sorridere di sé. Frustrazioni di ex contestatrici contestate dai figli, contraddizioni di intellettuali di sinistra, ossessioni dietetiche erano il bersaglio di una satira di costume che le fece guadagnare nel 1976 da Roland Barthes il titolo di miglior sociologa dell’anno. Fu lei a coniare il termine bobo (contrazione di bourgeois bohémien, ed equivalente del nostro radical-chic o dell’inglese hipster); e i bobos, attraverso le sue bandes dessinées, ridevano di se stessi, dei loro tic, delle loro non sempre innocue manie. Uno di loro ha confessato di non poter più mangiare la salade frisée aux lardons (insalata riccia con la pancetta) senza scompisciarsi dalle risate. La lettura delle strisce della Bretécher sul “Nouvel Observateur” era un impegno settimanale e l’acquisto dei suoi album un appuntamento ineludibile, come l’acquisto del romanzo insignito del Goncourt e di una bottiglia di Beaujolais nouveau, per tanti bobos convinti di poter andare in Paradiso sul monopattino elettrico.
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